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Vegetarianesimo e fame nel mondo

(questo articolo è stato scritto tempo fa, quindi i numeri sono tristemente aumentati...)

L’alimentazione non costituisce solamente un problema sanitario di interesse individuale, ma investe anche questioni economico sociali fondamentali nella vita delle nazioni e nella sopravvivenza dei popoli del mondo.


Produrre abbastanza cibo per una popolazione mondiale di 6 miliardi di persone è una necessità insostituibile e tecnicamente possibile, però farlo senza compromettere la sostenibilità è una sfida enorme. Il settore alimentare comprende il 75% dell'acqua dolce e il 20% dell'energia. 1/3 di tutti i trasporti sono legati al viaggio degli alimenti; 1/3 delle terre emerse (aree ghiacciate escluse) è destinato alla produzione alimentare. La filiera produttiva zootecnica ha l'impatto più rilevante per l’utilizzo delle risorse (occupazione dei suoli, perdita di biodiversità e foreste, uso dell'acqua) e di inquinamento (cambiamenti climatici, pesticidi, eutrofizzazione). Ciò avviene per l'inefficiente tasso di conversione alimentare: in media occorrono da 2 a 15 kg di vegetali per ottenere 1 kg di prodotti di origine animale: il 40-50% del raccolto complessivo di vegetali è ogni anno destinato al mangime animale.
Se dovessimo dimezzare il consumo di carne, noi potremmo risparmiare cibo per l'intero sviluppo mondiale. Alcuni studi fatti sull'argomento stimano che soltanto ridurre la produzione di carne del 10% permetterebbe la produzione di una quantità di grano sufficiente per sfamare 60 milioni di persone.


Perché la produzione di carne contribuisce alla fame nel mondo?
Solo il 10% delle proteine e delle calorie che noi diamo al bestiame noi lo ritroviamo nella carne che mangiamo. Per 20 milioni di tonnellate di sostanze nutrienti (tra cui proteine) che sono destinate al bestiame negli Stati Uniti, solo circa due milioni di tonnellate di proteine animali se ne possono ricavare. Lo spreco proteico potrebbe risolvere sicuramente i problemi alimentari di gran parte del pianeta. 
Max Milner, direttore della commissione sulla nutrizione degli Stati Uniti dice: "Il grano della gente povera è usato per nutrire le mucche della gente ricca". La produzione di grano deve crescere molto più rapidamente adesso, le nazioni ricche ne hanno bisogno per dare da mangiare agli animali da allevamento. Se la domanda di carne aumenta, il prezzo di questa sale e il grano è usato per nutrire gli animali. I prezzi alti spingono gli agricoltori a piantare più grano da foraggio e meno riso, patate e legumi.
Il rialzo dei prezzi pesa maggiormente sui poveri.


La strada verso modalità sostenibili di produzione e consumo alimentare inizia dalla rivoluzione nell'attuale catena di produzione delle proteine. I benefici ambientali di una transizione verso un’alimentazione latteo vegetariano potrebbe ridurre di 3 o 4 volte il fabbisogno di terra ed energia, e del 30 o 40% il fabbisogno di acqua e l'impatto eutrofizzante sui mari. Migliorerebbe la salute sia nei paesi ricchi (meno obesità e meno malattie tumorali) sia nei paesi del Sud del mondo, dove si renderebbe disponibile una maggiore quantità di proteine per uso umano: oggi terre estesissime sono destinate a produrre proteaginose per le stalle europee. Contro la fame un'altra alimentazione è possibile!


Come indurre la rivoluzione verso le proteine sostenibili? Sul lato dell'offerta, i governi nazionali e le organizzazioni internazionali dovrebbero incoraggiarlo anche con una politica generale di fiscalizzazione dei costi ambientali della filiera zootecnica, compreso il meccanismo di tassazione delle emissioni e dell’inquinamento prodotto. Mentre dalla parte della domanda, gli attori più diversi (da quelli istituzionali, all'associazionismo dei consumatori, fino ai singoli consumatori) potrebbero attuare direttamente il cambiamento nelle scelte di consumo. Ad esempio sulle etichette degli alimenti a base di carne aggiungendo la frase “questo animale ha sofferto prima di morire” si agevolerebbe la transazione verso un’alimentazione non violenta di tutti coloro che coltivano un desiderio di vita non violenta, ma al momento dell’acquisto nei bei negozi non pensano al dolore sopportato dagli animali per la morte. Sarà un processo lento, ma cruciale, che può richiedere per lo meno una generazione, ma che è già in atto.

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